LA MIA GUIDA DI BERGAMO ALTA: Il Tus del Mistero

LA MIA GUIDA DI BERGAMO ALTA: Il Tus del Mistero

Bergamo è una città bellissima. Lo era anche prima che l’UNESCO riconoscesse le sue mura come Patrimonio dell’umanità.
Essendo la mia città, voi penserete che sono un po’ di parte. Ma non è così. La città, specialmente la parte alta che è stata costruita sul colle, è un piccolo scrigno di tesori: i vicoli medievali, Piazza Vecchia, le torri, i marmi policromi della Cappella Colleoni, gli stucchi di Santa Maria Maggiore, l’atmosfera di borgo sospeso nel tempo…

Qualche anno fa avevo preparato per gli amici un bel programma per un tour completo di Bergamo Alta. Il “TUS DEL MISTERO“. Per rendere un po’ più curiosa ed “alternativa” la visita, avevo arricchito il tutto con il racconto di leggende popolari bergamasche, quiz e giochi a tema. Fu un bellissimo ed intenso pomeriggio alla riscoperta della nostra città.

Il programma è perfetto per un intero pomeriggio (calcolate almeno 4-5 ore) ma, se avete a disposizione tutta la giornata, potete aggiungere la visita di un paio di musei della Città Alta, un bel pranzo e magari un po’ di relax lungo le mura.

Il tour è perfetto anche per i bambini grazie ai giochi ed ai racconti popolari. Se però i piccoli non amano molto camminare, vi consiglio di scendere da San Vigilio con la funicolare e di saltare quindi le scalinate che vi porterebbero a Borgo Canale e poi alla Porta di Sant’Alessandro (da qui potete riprendere il tour).

Ecco il programma, tappa per tappa, del TUS DEL MISTERO (clicca qui per scaricare la versione pdf di Tus del Mistero_Guida di Bergamo Alta e della mappa turistica di Bergamo):

 

PRIMA TAPPA: ARRIVO E FUNICOLARI

Si prende il pullman 1A alla stazione dei treni (ci possiamo trovare qui, sia per chi viene in treno sia per chi parcheggia in Malpensata), si scende in Colle Aperto e, con lo stesso biglietto, si prende la funicolare per San Vigilio.

LA FUNICOLARE TRA LA CITTA’ BASSA E LA ALTA

La prima funicolare, quella di Bergamo Alta, fu costruita nel 1887. Preceduta da un lungo dibattito e da una serie di progetti tra i più disparati, alla fine prevalse la proposta di un privato, l’ing. Alessandro Ferretti, emiliano. Ottenuta la concessione dal comune, realizzò un impianto che da Bergamo Bassa, attraversata in tunnel la cerchia delle mura venete, porta dentro la città antica.

Da allora la funicolare appartiene alla storia di Bergamo Alta e, pur tra ammodernamenti e radicali trasformazioni (l’ultima nel 1987), ha sempre funzionato regolarmente confermando la bontà del progetto iniziale.

Dopo oltre un secolo, nell’assalto quotidiano delle auto, la funicolare è il mezzo più moderno e più rispettoso dell’ambiente con cui spostarsi tra le due città: quella fondata sul colle oltre duemila anni fa, e quella moderna, che dal secolo scorso ha incominciato ad espandersi al piano, fino a prendere il sopravvento sul nucleo più antico.

La prima corsa della Funicolare di Bergamo Alta avvenne il 20 settembre 1887. Vi fu subito un intoppo, perché una ruota si bloccò e le numerose persone salite a Città Alta dovettero ridiscendere a piedi, poi tutto funzionò regolarmente.

Caratteristiche:
Lunghezza linea: destra m. 240 sinistra m. 234
Dislivello m. 85 (da m. 271 a m. 356)
Pendenza: massima 52%
Due carrozze di 50 posti ciascuna

FUNICOLARE DI S.VIGILIO

La funicolare del colle di San Vigilio venne concepita mentre si lavorava alla costruzione della prima. Fu ancora l’ing. Ferretti a promuovere l’iniziativa, ma la realizzazione, in presenza di progetti concorrenti, fu molto travagliata. L’impianto venne portato a termine nel 1912. L’obiettivo era di sviluppare col nuovo impianto l’edilizia sul colle di San Vigilio, per dar vita ad un quartiere-giardino, da destinare alla residenza dei cittadini e come località di villeggiatura.

Il colle non fu modificato di molto e la funicolare finì con l’essere utilizzata prevalentemente da visitatori e turisti. Il più illustre dei quali fu, nel 1913, Hermann Hesse, futuro premio Nobel per la letteratura.

La funicolare di San Vigilio entrò in funzione il 27 agosto 1912. La parte meccanica venne costruita dalla Société des Usines L. de Roll di Berna, mentre le due carrozze, della portata di 32 persone ciascuna, furono realizzate dalla bergamasca Fervet.

La funicolare di San Vigilio offre l’opportunità di conoscere una zona di Bergamo di solito non compresa negli itinerari turistici ed anche poco frequentata, salvo che nella bella stagione e nei giorni festivi.

Caratteristiche:
Lunghezza linea: m. 164
Dislivello: m. 90 (da m. 369 a m. 459)
Pendenza: minima 10%, massima 22%
Una sola carrozza con 55 posti

 

SECONDA TAPPA: SAN VIGILIO

Si visita il castello e, attraversando il passaggio intero, si sosterà nel giardino sottostante per il primo gioco.

SCALETTA DEL CASTELLO DI SAN VIGILIO

Il Castello di San Vigilio, ultima e più alta elevazione fortificata dei Colli di Bergamo, è raggiungibile solo con il famoso “cavallo di San Francesco”, cioè a piedi. Questo lo rende gradevolmente isolato, quel tanto che basta per sentirsi in un luogo dal profumo d’altri tempi. Una delle soluzioni per arrivarci, la più tradizionale e comoda è quella offerta dalla Funicolare di Città Alta, che ci porta sino alla piazzetta di San Vigilio. Ovviamente, il percorso a piedi da via San Vigilio, è l’avvicinamento più consono allo spirito di questa pubblicazione. Dal sagrato si stacca a destra la via al Castello, panoramicissima su Città Alta e sulla pianura, che in breve porta allo slargo dove ha inizio la scalinata.

La scalinata, andata in degrado sino ad una decina d’anni orsono, è ora ben presentabile e sale lambendo l’ex-dimora del Castellano (oggi trasformata in ristorante). Proprio l’ultimo “feudatario”, Pierino Soregaroli, negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, vi profuse molte energie fisiche ed economiche per riadattare la scalinata e sistemare i camminamenti del malconcio castello, ormai da due secoli senza guarnigione.

Lo sforzo richiesto per superare i 161 gradini è subito ampiamente compensato dalla vista panoramica a 360° che, accettiamo scommesse, vi rimarrà stampigliata nella memoria in modo indelebile. Una piastra geodetica posta dal CAI, aiuterà il visitatore ad identificare vette e valli che fanno corona alla sommità del colle. Ma, attenzione, il bello deve ancora avere inizio.

IL CASTELLO DI SAN VIGILIO

CENNI STORICI: La moderata pendenza, le curve e la sua larghezza denotano come il veneziano Moro disponesse di largo spazio operativo. Meraviglia, piuttosto, che il generale della Serenissima la progettò in modo piuttosto solenne, nonostante la destinazione fosse spiccatamente militare. Lassù al Castello non vi furono mai né regine né principesse, ma, fortunatamente, solamente annoiati soldati in arme.

Le prime notizie certe di questa fortificazione, risalgono al IX secolo. Successivamente, nel 1347, la costruzione venne ristrutturata per ordine dei Visconti di Milano. Importanti modifiche ed ampliamenti vennero effettuati anche durante il dominio di Venezia (lavori eseguiti tra la fine del 1400 e la fine del 1500); il castello venne, infatti, allargato per poter ospitare la casa del castellano e l’alloggio dei soldati. Per concedere spazio alla guarnigione e aumentare il numero dei cannoni, si giunse in seguito alla demolizione della torre posta al centro del castello stesso. Nel 1800 la fortezza venne parzialmente distrutta dagli austriaci, poi soppressa, ed infine ceduta come residenza a privati.

Fortunatamente, dopo il passaggio di proprietà al Comune di Bergamo, è stato recuperato ed aperto al pubblico come luogo di richiamo turistico e di svago.

Alla fine della nostra fatica si entrerà direttamente nell’atmosfera di in un mondo tardo medievale ancora ricco e “vivo” con gli spalti, la grande vasca d’acqua, le torrette che custodivano le artiglierie e le polveri, i camminamenti su più piani e le aperture costruite secondo le migliori regole dell’arte castrense.

Insomma, vi troverete in un ambiente dove i ragazzini potranno fantasticare e, perché no?, interpretare le epiche gesta nobili dei Templari o quelli dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Prima del rientro alla stazione funicolare, consigliamo una visita al nuovo anfiteatro, voluto dal Comune sotto le possenti mura, raggiungibile tramite una suggestiva scala interna ad una torre.

GIOCO: QUIZ DEI PRODOTTI TIPICI

Il gruppo del “Tus del Mistero” verrà suddiviso in due gruppi: maschi e femmine. Verrà sottoposta ad una coppia di concorrenti (uno per squadra) una domanda sui prodotti e sui piatti tipici della tradizione bergamasca. La squadra che darà il minor numero di risposte esatte dovrà sottoporsi ad una penitenza ed uno dei suoi componenti dovrà portare avanti una richiesta, a nome del gruppo, come spiegato in seguito dalla guida.

Domande:

  • Il salame bergamasco viene prodotto con carni provenienti da diverse parti del suino, tra cui il sottocollo. VERO o FALSO? Vero
  • Indicare almeno uno degli ingredienti che vengono aggiunti all’impasto di carne per ottenere il nostro tipico codeghì. Risposte: pepe nero,  vino rosso, spezie  e aglio  fresco.
  • Di quale colorazione è il classico Moscato di Scanzo). Risposta: rosso.
  • Qual è il vino più diffuso e conosciuto prodotto nelle terre bergamasche? Risposta: il Valcalepio.
  • Caratteristica peculiare del salàm di Bergamo è la muffa di colore bianco-grigiastra con venature verdi che si forma uniformemente sul budello alla fine del periodo di stagionatura. VERO o FALSO? Vero, ciò è dovuto al fatto che i salami vengono riposti in ambienti freschi e con un alto tasso di umidità che favorisce lo sviluppo delle muffe.
  • Come viene chiamata la salsiccia della bergamasca? Risposta: la “löanghina”.
  • Anche nella nostra terra si raccoglie il tartufo nero. Quale tra queste località ha un terreno calcareo con suolo morbido e limoso, adatto per poterlo trovare: Gorle, Oltre il Colle o Bracca? Risposta: Bracca. Oltre ad essa, il tartufo cresce anche a Cornalba, San Pellegrino, Lovere, Clusone e Endine Gaiano.
  • Indicare almeno tre formaggi tipici delle nostre terre. Risposte: Agrì, Branzi, Caprino, Formagella della Val di Scalve, Stracchino bronzone, Strachìtund, Taleggio, Torta orobica, Formai de mut.
  • In quale valle viene prodotto il formaggio Branzi? Rispota: val Brembana.
  • Il nome “Stracchino” deriva dal dialetto “stracch” (stanco) o il nome è casuale?
  • Risposta: sembra derivi da “stracch” poiché questi formaggi erano prodotti a fine stagione, con il latte di animali stanchi dopo il lungo viaggio di ritorno dai pascoli di alta quota.
  • Indicare almeno quatro ingredienti del ripieno dei casoncelli alla bergamasca. Risposte: Pane secco gratt. o ammorbidito nel latte, Uova, Grana padano, Macinato base per il salame, Carne bovina arrostita, Amaretti, Uva sultanina, Pera Spadona, Spezie a piacere (noce moscata, cannella, pepe bianco e nero), Scorza di limone, Aglio e prezzemolo
  • Quali sono le due prevalenti differenze tra i casoncelli alla bergamasca e gli scapinòcc? Risposta: la forma (gli scarpinòcc sono così chiamati per la forma che richiama vagamente quella delle omonime calzature artigianali di panno, “babbucce”, in uso fino a pochi anni fa in questo paese) e il ripieno (che non contiene carne).
  • Come viene tradizionalmente servita la polenta bergamasca? Risposta: viene rovesciata su un tagliere tondo di legno.
  • Oltre alla “polenta e oséi”, una altro dolce tipico della bargamasca è la torta dei Mille o la torta del Donizetti? Risposta: torta del Donizzetti.
  • Quale paese della bergamasca ha bandito agli inizi degli anni ’90 un concorso con lo scopo di selezionare un prodotto che potesse essere associato alla celebrazione della festa della Madonna delle Lacrime? Risposta: Treviglio. Il dolce si chiama appunto la “Turta de Treì”.

 

TERZA TAPPA: LE SCALETTE

Si scende per la scaletta dello Scorlazzone e poi per quella dello Scorlazzino fino a raggiungere Borgo Canale.

SCALETTA DELLO SCORLAZZONE

In dialetto bergamasco “Scorlass”corrisponde a grosso falcetto o accetta, mentre “Scorlasù”, invece, sta ad indicare un arnese da macellaio ancora più grande. Dopo questa premessa, non si capisce bene, in effetti, come si possa attribuire questa denominazione, non certo delicata o vezzeggiativa ma piuttosto truculenta, ad una delle più belle e panoramiche vie gradinate di Bergamo. Potrebbe essere, forse, un retaggio antico di quando a Bergamo si parlava veneto e come tale noi lo abbiamo assorbito e mantenuto.

Come via scalinata, lo Scorlazzone rappresenta la naturale prosecuzione della salita dello “Scorlazzino” verso il Colle di San Vigilio, un passaggio di testimone per una delle staffette più gettonate e partecipate di tutto il tour delle scalette dei Colli di Bergamo. Il tratto completo costituisce un vero e proprio binomio inscindibile e, diremo noi, anche imprescindibile, se si vuole davvero gustare fino in fondo un’atmosfera ricca di significati e di spunti interessanti.

Il percorso, incassato fra due ville e rasentante un antico pozzo, si stacca da via Sudorno e fende il pendio con 162 gradini ripidissimi lungo la linea di massima pendenza. Al termine di questo tratto suggestivo, la scaletta assume le caratteristiche di una larga mulattiera panoramicissima, con veduta di grande impatto emotivo sul complesso monastico di Astino e sul colle di San Sebastiano.

La parte scalinata, incassata fra due alti muri a secco, raggiunge dopo mezzo chilometro prestigiose abitazioni signorili e la parrocchiale di San Vigilio dove il panorama, volgendo a levante, cambia fondale ed offre Città Alta e Borgo Canale dall’alto, da una prospettiva,diciamo così, a volo d’uccello. È una cartolina nella cartolina, da non perdere in nessuna stagione. Neve, nebbia o sole smagliante valorizzeranno sempre le immagini e il ricordo di questa felice escursione pedestre.

SCALETTA DELLO SCORLAZZINO

È il percorso “simbolo”, in esso è infatti concentrato il fascino e la bellezza dell’andar per Scalette sui Colli di Bergamo, fra orti che danno frutto per parecchi mesi dell’anno e giardini nascosti e un pò misteriosi. L’etimologia del toponimo è ignota, ma la scaletta si pensa abbia origini in età Medioevale. Collega in modo gradevole la via San Martino della Pigrizia con via Sudorno ed ha per sorella maggiore la scaletta detta dello Scorlazzone, la quale si innesta alla sua sommità.

Insieme, queste vie paiono costituire la nervatura centrale della rete di percorsi pedonali che si sviluppano sui Colli, senza forzature e con una trama che si adatta armoniosamente alle anse ed ai pendii, assecondando le forme e i paesaggi tutelati e difesi dal Parco dei Colli, Ente regionale gestore del territorio protetto.

L’inizio di questo percorso si annuncia solenne da via San Martino della Pigrizia, con una bella scalinata che offre subito un’interessante finestra panoramica, dalla quale si staglia l’alto campanile del Tempio dei Caduti di via Sudorno. Dopo una cinquantina di gradini fra alti muri, ecco aprirsi il mondo di Borgo Canale e di Sudorno, arroccato sul crinale luminoso di una luce che sa della poesia di Vittorio Polli e di Pino Capellini.

Ora dolce, ora un po’ più pendente, la lunga teoria di scalini porta ai prati ed agli orti terrazzati che, per secoli, hanno costituito fonte di sostentamento e di sviluppo per le genti locali.

Non c’è alcuna fretta di giungere lassù in cima all’ultima rampa; qui, in bella stagione, è utile soffermarsi in contemplazione, il cuore si acquieta e la vista si apre alla scoperta della natura colorata e viva come non mai.

Troppo presto si perviene al suo sbocco su via Torni, dove una fontanella d’acqua ristora il camminatore, poi di nuovo avanti per un ulteriore tratto e continuare a godere momenti di piacevole quiete.

 

QUARTA TAPPA: BORGO CANALE

Si visita Borgo Canale con la Chiesa di Santa Grata. Sul posto verrà raccontata una leggende e alcune curiosità.

BORGO CANALE

Qui in Borgo Canale, meritevoli di una certa attenzione, troveremo: la casa natale del grande compositore Gaetano Donizetti, risalente al XVIII secolo e dichiarata nel 1926 Monumento Nazionale, la sede dell’antica Fabbrica d’organi nell’ex Casa Vela (il cui cortile interno è sviluppato su logge aperte sulla pianura e il cui salone interno era in realtà la sacrestia della
Chiesa di Santa Grata), con affreschi del Cinquecento, e la chiesa di Santa Grata “Inter Vites” (sec. VIII, XVIII), nella quale sono ben visibili nell’abside le sei tempere a soggetto macabro grottesco di fine 1700 dipinte da Vincenzo Bonomini per un catafalco funerario. Dirimpetto la chiesa si può osservare e salire il monumentale scalone di San Gottardo che costituisce il raccordo gradinato fra via Borgo Canale alta e via Sudorno La storia vuole che da semplice sentiero medioevale che collegava i vigneti del Borgo venne reso sempre più praticabile, gradinato e più largo dai frati del monastero di San Gottardo, presenti nel borgo già nel 1300. Poi con la costruzione della Chiesa di Santa Grata “In Vites” (nelle vigne), il semplice sentiero scalinato nel 1700 si trasformò in scalone, più di cento gradini di una larghezza infinita, tanto da riuscire ad ospitare le decine di bancarelle che, ogni anno, animavano la festa del Santo Pellegrino. Risalendo lo scalone di S. Gottardo, fino a via Sudorno, si incontrano sulla sinistra i resti del monastero di S. Gottardo, fondato nel ‘300 e semidistrutto del 1529 durante il conflitto fra l’imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I. Dell’antica struttura è possibile ancora ammirare il chiostro quattrocentesco.

CURIOSITA’: STORIA DI SANTA GRATA

Grata è una santa, martire, venerata dalla Chiesa cattolica e probabilmente vissuta tra III e IV secolo, a Bergamo.

Secondo una prima tradizione sarebbe vissuta tra il IV e il VI secolo. Sua sorella sarebbe stata Santa Asteria, vergine e martire, a sua volta festeggiata il 10 agosto. La santa, alcuni giorni dopo l’esecuzione, avrebbe trovato le spoglie di Sant’Alessandro martire, intorno al quale, in corrispondenza di alcune gocce di sangue, sarebbero spuntati dei gigli, lo avrebbe raccolto e fatto seppellire in un orto fuori della città; successivamente la santa ne avrebbe continuato l’apostolato. Un’altra versione pone la sua esistenza tra l’VIII e il IX secolo, e la dice figlia di un tale Lupo, duca di Bergamo, vinto da Carlo Magno e convertito alla fede cattolica. Probabilmente le tradizioni si riferiscono a due sante distinte.

Secondo la prima tradizione la santa avrebbe edificato tre chiese bergamasche in onore di Sant’Alessandro: Sant’Alessandro in Colonna, Sant’Alessandro della Croce e un’altra sulla tomba del santo (la basilica e antica cattedrale di Sant’Alessandro, poi demolita nel 1561 durante la costruzione delle mura venete). Secondo la seconda tradizione, la santa, aiutata della sua potente famiglia e da altri nobili bergamaschi, avrebbe edificato una chiesa su ognuno dei tre colli della città: Santa Eufemia, San Giovanni e Santo Stefano (poi chiesa del Santo Salvatore). Dopo aver convertito i propri genitori e il proprio marito, rimase vedova e si diede alla cura dei malati e dei bisognosi, nell’ospedale da lei fondato.

Per alcuni secoli il corpo di Santa Grata rimase sepolto fuori le mura, in Borgo Canale, nella chiesa del suo ospedale, la quale porta il suo nome e sulla quale doveva sorgerne un’altra nel secolo XVIII, con il nome di Santa Grata inter vites. Il 9 agosto 1027, per opera del vescovo Ambrogio II le spoglie vennero solennemente trasferite entro il perimetro delle mura, nella chiesa di Santa Maria Vecchia, poi rinominata di Santa Grata alle Colonnette. La deposizione di Santa Grata (che nei documenti liturgici viene detta ora vergine, ora vedova) ricorre il 1 maggio, giorno in cui la ricorda il Martirologio Romano; la translazione ricorre il 9 agosto. Nel 1706 la Congregazione dei Riti le assegnò il 27 agosto, ma dal 1970 la ricorrenza è stata spostata al 12 maggio. Alcuni autori pongono la sua memoria al 15 aprile, altri ancora al 4 settembre. A Bergamo, un monastero di suore benedettine porta ancora oggi il suo nome.

I PITTORI DEGLI SCHELETRI

Brioso e franco, estroso e vivace ma soprattutto bizzarro e geniale. Questi gli aggettivi per descrivere Vincenzo Bonomini (1756-1839), esponente di spicco dell’arte macabra e buon ritrattista funebre. Diede l’ennesima prova del suo carattere stravagante quando la Deputazione Parrocchiale gli commissionò dei quadri per la funzione del Triduo dei Morti. “La prima volta che quadri vennero esposti” scrive Sereno Locatelli Milesi “ci fu un’esplosione di ilarità, le sacre funzioni e le preghiere erano state del tutto dimenticate, perché tutti avevano riconosciuto negli scheletri e nei teschi le persone effigiate, come fossero state ritratte dal vero. Nel falegname ere raffigurato il bottaio Agostino Carminati, membro della stessa Deputazione della Chiesa che aveva dato la commissione dei quadri; il gentiluomo in feluca, che accompagnava la donna elegantissima era certo Bacis, impegato della Regia Delegazione: e la donna era la sua giovane e legittima moglie. I due frati raffiguravano due fratelli della famiglia Bossi, monaci domenicani del Carmine; il contadino e la lattaia erano due coniugi del borgo che facevano gli ortolani e si chiamavano Forlin. E così tutti gli altri. Il pittore aveva anche raffigurato se stesso: col fido aiutante, e con la fedele consorte. E tutti, anche i grassoni paffuti e corpulenti, erano inconfondibilmente riconoscibili, non per gli abiti che portavano ma per le fisionomie: cranio, mandibole, fori del teschio”.

LEGGENDE POPOLARI: IL CADAVERE DELL’OSTERIA

La gente di Chiuduno racconta che per ben trecento anni “ol cadaer”, il cadavere di uno sconosciuto, sia rimasto in una locanda del paese. Appeso in cortile, poi in una teca di vetro e, infine, in un armadio. Ma sempre nell’osteria-trattoria Al Ristoro.

Ad oggi nessuno a svelato la misteriosa identità dello scheletro. Alcuni affermano che fosse un napoletano di passaggio a Chiuduno, morto in circostanze oscure. Altri sostengono si tratti di un contadino caduto da un albero secolare, che per vendicarsi dei soprusi patiti in vita a causa del padrone mezzadro, appariva e scompariva a suo piacimento di notte.  Altri ancora dicono si tratti di un frate, forse di un abate, che aveva promesso di stare con la gente del posto anche dopo morto. Probabilmente ha ragione chi sostiene che la storia del cadaer è nient’altro che una speculazione degli osti di un tempo, pronti a divertirsi e a far soldi sulle spalle di gente credulona e superstiziosa.

Alla leggenda del cadaer, si legano i racconti e le disavventure subite dai proprietari della trattoria, succedutisi nel tempo. Il primo pare custodisse lo scheletro in cantina e un giorno morì d’infarto mentre risaliva scale dello scantinato. Il secondo subì numerose rapine. Un altro che volle cambiare nome della tattoria “Cadaer” una mattina vide il locale distrutto da un incendio.

Un giorno del 1981, però, il mitico cadaer sparì nel nulla. E lo stesso anno venne abbattuto il locale che lo ospitava. Sino al 1986 di quella inquietante presenza non si seppe più nulla, poi gli “Amici del Cadaer” (un gruppo di Chiudunesi) riuscirono a rintracciarlo nell’ossario della chiesa parrocchiale. Vi ancora oggi chi vuole che lo scheletro ritorni al suo posto, ovvero all’esterno del nuovo locale, dove prima esisteva la vecchia osteria.

CASA NATALE DI DONIZETTI

Superata la Chiesa di Santa Grata, prima che finisca la strada, sulla destra troverete la Casa Natale di Gaetano Donizetti, il celebre compositore bergamasco. All’interno non c’è moltissimo da vedere ma l’ingresso è gratuito per cui vale la pena di entrare e curiosare.

COLONNA DI SAN ALESSANDRO

Nel 1621 il Vescovo Emo eresse una colonna dedicata a S. Alessandro, poco prima della porta a lui intitolata, in ricordo della chiesa primitiva cittadina costruita nel IV secolo e abbattuta nel 1500.

 

QUINTA TAPPA: LA MARIANNA

Sosta alla Marianna per gustare il tipico gelato alla stracciatella.

CURIOSITA’: IL GELATO ALLA STRACCIATELLA

Tutti conoscono la stracciatella, il celebre gelato italiano a base di panna, latte e cioccolato, ma pochi ne conoscono l’origine. È nata nel 1962 e a inventarla, ispirandosi all’omonima minestra a base di uova e brodo bollente, è stato Enrico Panattoni, capostipite della famiglia che gestisce da oltre cinquant’anni La Marianna. La gelateria aprì in questo edificio di Bergamo Alta poco prima della seconda guerra mondiale, sulle ceneri di una taverna originaria del Seicento. Il nome Marianna si deve invece a una delle proprietarie, che realizzò un primo ampliamento della struttura tra gli anni Venti e Trenta.
Il cambio di gestione risale al 1953, quando subentrarono Enrico Panattoni e la moglie Oriana che, essendo di origine toscana, fino a quel momento avevano proposto in un piccolissimo locale specialità della loro terra: castagnaccio, necci, cecina. Risale agli anni Sessanta l’ampliamento più importante, con l’avvento della pasticceria e l’apertura, al piano superiore, di una pizzeria (oggi diventato rinomato ristorante). Responsabile della pasticceria è oggi Renato Savoldelli, giunto qui dopo una lunga serie di esperienze al fianco di maestri italiani e stranieri, iniziata all’età di 14 anni.

E’ il 1961 e gli affari vanno bene; un giorno dopo vari e ripetuti esperimenti Enrico realizza un gelato particolare: una crema  bianchissima con all’interno dei pezzi irregolari di cioccolato fondente.

Bisogna dare un nome a questa delizia ed allora… perché non chiamarlo come uno dei piatti più richiesti del ristorante: ” La stracciatella alla romana”?

Il cioccolato fuso che solidifica e si frantuma nel mantecatore ricorda infatti l’uovo che si rapprende nel brodo bollente della stracciatella alla romana.

Ecco questa è la storia della stracciatella un gelato che oggi è riconosciuto e prodotto credo in tutti i continenti.

Il babbo allora non pensò al brevetto né tantomeno al copyright ma si tenne ben stretta la ricetta grazie alla quale ancora oggi migliaia di persone arrivano alla Marianna per provare la Vera Stracciatella!

La stracciatella ancora oggi viene prodotta con macchine verticali (le famose Carpigiani L40 con la campana in rame stagnato e la bagna di salamoia) con ingredienti semplici quali latte fresco, tuorli d’uovo, zucchero semolato, panna fresca, gelatina alimentare e alginato di sodio come stabilizzante. Il cioccolato un tempo era la copertura Luisa della Perugina oggi è il Lindt fondente al 58% di cacao minimo.”

 

SESTA TAPPA: ORTO BOTANICO

Si passeggia per giardino botanico, dove avverrà il racconto di una leggenda di Città Alta.

ORTO BOTANICO

Se il fior di loto, il papiro, la drosera carnivora sono in compagnia della palma del Madagascar, della sanguisorba orobica, della canna da zucchero, dei cactus a candelabro e di altre 900 specie, siete nell’Orto Botanico di Bergamo. Dedicato al Regno delle Piante, ospita in soli 1750 mq specie autoctone, esotiche, mediterranee, acquatiche, carnivore, succulente, vegetali utilizzati dall’Uomo e piante minacciate. Luogo di lettura, meditazione, tranquillità, si raggiunge solamente a piedi perchè è d’obbligo lasciare traffico e rumori alla base della Scaletta di Colle Aperto; una volta entrati si è immersi in un piccolo lembo di natura artificiosamente mantenuta, ricco di forme e, in certi periodi, di odori e profumi vegetali; lo sguardo spazia sui tetti e su Città Alta, sulle colline, sulle prime propaggini delle Prealpi Bergamasche. Luogo da conoscere e frequentare nelle varie stagioni dell’anno, l’Orto organizza visite guidate, conversazioni e conferenze, corsi di aggiornamento, laboratori per bambini, mostre, attività di studio, di conservazione del patrimonio vegetale e degli ecosistemi minacciati; parallelamente procede l’incremento di una cospicua collezione di piante essiccate (sia erbari recenti che storici).

LEGGENDE POPOLARI: LA STREGA DI CITTA’ ALTA

Era la fredda notte del 5 gennaio del 1517 e una fanciulla, trovandosi a dormire con la madre nello stesso letto, la “sentì levarsi pian piano e portarsi in un angolo della casa”. La figlia osservò la madre che, “toltasi la camicia e preso sotto alcuni mattoni un vasetto d’unguento, con esso andò ad ungersi il corpo, indi preso il bastone, vi salì sopra a cavallo e, aperta la finestra, fuori se ne andò”. La figlia curiosa “di veder il fine della madre, levatasi dal giaciglio” fece le stesse cose. Quindi, salita sopra il bastone, “fu portata fuori a volo dalla finestra e trasferita nello stesso luogo, dove la madre” si era diretta, ovvero in “una casa in Venezia da alcuni suoi parenti, ove la scelerata strega, più volte era andata per ammaliare un bambino, ma senza aver mai potuto riuscire nell’intento, perché l’aveva trovato sempre armato coi legno della Croce e Sante preghiere”. All’arrivo della ragazza, la madre conturbata cominciò a minacciarla, “onde la giovinetta atterrita e spaventata prese ad invocar il nome di Dio e della Beata Vergine, cosicché la madre scomparve e la ragazza, spogliata, nuda e sola, qui rimase e la mattina dopo venne trovata e riconosciuta dai parenti, che poi appreso il fatto scrissero a Bergamo, ove la Maliarda vecchia dalla Santa Inquisizione la ben meritata pena”.

 

SETTIMA TAPPA: DA COLLE APERTO AL FONTANONE

Si visita la città lungo un percorso che da Colle Aperto conduce al Fontanone. Si visiteranno i seguenti monumenti: Torre di Adalberto, piazza della Cittadella, piazza Mascheroni, palazzo Roncalli, Chiesa di San Salvatore, monastero di Santa Grata, tempietto di Santa Croce, Fontanone.

PIAZZA DELLA CITTADELLA E PIAZZA MASCHERONI

Partendo da Colle Aperto, dal quale è possibile osservare la Torre di Adalberto (X-XIII secolo), si arriva in piazza della Cittadella. Nel palazzo visconteo (1355) meritano visita due interessantissimi musei civici: il Museo Archeologico e il Museo di Scienze Naturali Caffi.

Il Museo Archeologico, nato nel 1561 per volontà del Maggior Consiglio della Città, conserva testimonianze che vanno dalla preistoria al periodo longobardo. Le cinque sale raccolgono reperti esumati soprattutto in terra bergamasca ma con testimonianze delle civiltà egiziana (sarcofago del X sec. a.C.) e italiota. Nella sezione dedicata alla città viene ripercorsa la storia di Bergamo dal V secolo, quando era un insediamento protostorico golasecchiano, all’età romana quando si trasformò in municipium. La parte più interessante è la documentazione della Bergomum romana, fondata nel 197 a.C. e divenuta municipio della tribù Voturia della regione Transpadana nel 49 a.C. Il teatro, le terme, le necropoli e le aree sacre sono documentati da resti architettonici, iscrizioni, lapidi funerarie, altari, statue, mosaici e oggetti in bronzo, in vetro e osso. Mentre alcuni affreschi databili tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C appartengono ad una domus romana. Tra le statue antiche, meritano attenzione un’Afrodite, una Pudicizia, una Grande Ercolanese ed un Palliato. Tra i reperti dell’età alto medioevale (goti e longobardi) spiccano spade damaschinate e pregevoli crocette d’oro decorate a sbalzo.

Il Museo Civico di Scienze Naturali,  intitolato al suo fondatore, Enrico Caffi, nacque nel 1917 da donazioni private e dalla collezione del Regio Istituto Tecnico. Il percorso espositivo affronta diverse discipline ed è articolato in sei aree tematiche: geologica, paleontologica, mineralogia, geopaleontologica orobica, petrografia e botanica. Il museo ospita inoltre un’ampia sala dedicata alle culture extraeuropee e una ricca biblioteca specializzata.

Attraversando la torre della Campanella, si raggiunge poi piazza Mascheroni, sede nel XVI secolo del mercato pubblico, di giostre e tornei. Il lato destro della piazza è chiuso dal Palazzo Roncalli. Ultimato nel ‘700 Palazzo Roncalli, già sede della Loggia Nuova, ha inglobato nella facciata un portico mercantile risalente al 1520 evidenziato da un restauro del 1983 insieme ad alcuni affreschi con scene mitologiche del Cariani.

CHIESA DI SAN SALVATORE

Percorrendo via San Salvatore, poco dopo, sulla sinistra si vede la facciata della Chiesa di S. Salvatore, riedificata nel XVI secolo su una precedente chiesa del IX secolo. All’interno si può ammirare la tela di Giovan Battista Tiepolo raffigurante S.Giuseppe con Gesù Bambino (1734).

MONASTERO DI SANTA GRATA

Più avanti si incontra il monastero benedettino femminile di Santa Grata, dove, fino al 1027 era venerato il corpo della santa, poi traslato nella chiesa Inter Vites di Borgo Canale. La facciata è stata ricostruita nel 1591. L’interno conserva la tela dell’altare maggiore, Madonna in gloria con Bambino e Santi di Enea Salmeggia detto il Talpino.
Il monastero è solitamente chiuso ai visitatori. Talvolta si riesce ad accedere alla piccola ma deliziosa chiesetta.

FONTANONE

Il Fontanone è una cisterna medioevale capace di contenere circa 22.000 ettolitri di acqua. Sopra di esso nel 1769 venne costruito un portico per conservare lapidi ed altre antichità; nel 1818 divenne la sede dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arte di Bergamo, costituito in seguito alla fusione dell’Accademia degli Eccitati e di quella degli Economico-Arvali. L’ateneo si riunì qui fino al 1959.

 

OTTAVA TAPPA: PIAZZA VECCHIA

Si visita il centro di Città Alta con i suoi più importanti monumenti.

PIAZZA VECCHIA

Piazza Vecchia è considerata da tutti i bergamaschi il simbolo della città.
Insieme alla contigua piazza del Duomo, costituisce il centro monumentale di Bergamo Alta.
Con i suoi edifici, le proporzioni modeste e gli spazi raccolti, la piazza crea sicuramente uno degli ambienti più suggestivi della città.

Iniziata nel ‘300 raggiunse la sua forma attuale sotto il dominio veneziano, come è testimoniato dal leone di San Marco sulla facciata del Palazzo della Ragione.

Se la coda del leone è rivolta verso l’alto significa che la città, durante il periodo del dominio Veneto, non aveva “sofferto”.

BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE

Situata nel cuore di città alta, in Piazza del Duomo, è ritenuta universalmente il monumento più importante di Bergamo. Eretta nel 1100 per voto alla Madonna, la Basilica ha conservato, all’esterno, con alcune aggiunte, la struttura romanica originaria a croce greca, mentre all’interno, modificato nel ‘500 e nel ‘600, si è arricchita dei contributi artistici di otto secoli.

Un giro esterno permette di ammirare due protiri, edificati a metà del ‘300 da Giovanni da Campione.
Quello settentrionale ha un arco sostenuto da colonne poggianti su leoni di marmo rosso ed una strombatura ricca di figurazioni; sopra vi è una loggia tripartita con statue di santi, sormontata, a sua volta, da un tabernacolo a cuspide.

Nel protiro meridionale i leoni stilofori, sono bianchi, mentre le colonne posteriori si appoggiano a due telamoni accovacciati; a coronamento vi è una guglia gotica che racchiude tre statue.

Ancora di Giovanni da Campione è la porta secondaria con arco a tutto sesto e strombatura con al centro una cuspide, mentre risale al 1521 ed all’architetto Cleri il portale minore a sud. Il campanile, originariamente non previsto, fu completato nel 1591 con una copertura in rame a forma di cipolla. L’esame del tessuto murario mostra che la costruzione si svolse in due periodi diversi: mentre la parte principale, quella rivolta ad oriente eseguita per prima, fu realizzata in blocchi di arenaria ben squadrati, le restanti fronti, edificate in un secondo momento con criteri di maggior economia, hanno una struttura formata da blocchi piccoli ed irregolari.
L’interno ha una cupola ottagonale e pianta a croce greca, arricchita, in origine, da cinque absidi, una grande centrale e quattro piccole ai lati del transetto. Nel 1472 però l’absidiola di nord-ovest fu abbattuta per ordine di Bartolomeo Colleoni, che in quel luogo fece costruire la propria tomba.

Le decorazioni interne, che inizialmente consistevano in affreschi, furono modificate a partire dal 1576 su indicazione di Pellegrino Tibaldi, l’architetto di S. Carlo Borromeo, il quale elaborò un progetto che trasformava profondamente la chiesa, nell’intento di offrire a Maria un ambiente liturgicamente più adeguato.

Il progetto, che prevedeva gli stucchi, gli arazzi e la cappella del Voto, rimase come traccia per i numerosi artisti che, nei decenni successivi, furono chiamati ad operare nel tempio.
Degli affreschi medioevali sono tuttora visibili “L’albero della Vita”, una rappresentazione della vita di Cristo secondo la dottrina di S. Bonaventura (ora parzialmente coperta da una tela seicentesca rappresentante “il diluvio universale”), il gruppo di affreschi votivi sulla parete opposta e poco altro.

Gli stucchi e le opere pittoriche che decorano sontuosamente la cupola, le volte e le pareti datano alla fine del ‘500 o al ‘600. La MIA chiamò artisti bergamaschi (Antonio Boselli la cui pala è del 1514, Giampaolo Cavagna, Giampaolo Lolmo, Enea Salmeggia, Francesco Zucco) ma anche numerosi pittori esteri (Francesco Bassano, Camillo Procaccini, G.Cristoforo Storer, padre Massimo da Verona, Pietro Liberi, Ciro Ferri, Antonio Zanchi, Federico Cervelli, Lucca Giordano e Nicolò Malinconico). Alla fine del ‘600 la trasformazione, progettata in epoca controriformista, era giunta a compimento.
Nel frattempo altre preziose opere entravano a far parte del patrimonio artistico della basilica.
Nel ‘500 furono realizzati il coro ligneo intarsiato, opera di L.Lotto e G.Francesco Capoferri, i due pulpiti di marmo con i parapetti in bronzo ed i sei candelabri in bronzo. Vennero inoltre acquistati 25 arazzi, che ancora adornano le pareti e le balaustre delle cantorie. Nove furono prodotti a Firenze nella Manifattura Medicea su cartoni di Alessandro Allori detto il Bronzino e raffigurano scene della vita di Maria. Gli altri sono invece fiamminghi, tredici fanno parte della categoria delle “spalliere” ed hanno soggetto profano, mentre i restanti tre illustrano temi biblici: quello rappresentante la “Crocifissione” è collocato sulla parete di fondo.

Espressione di una tematica tipica del pensiero seicentesco, ma eseguito nel 1705, è il confessionale in legno, opera di Andrea Fantoni, che illustra il sacramento della penitenza attraverso una serie di elementi simbolici, come il Padre Eterno che accoglie a braccia aperte o le figure della Penitenza e del Rispetto umano vinto che scostano le tende di ingresso al penitente.
Da vedere ancora le pregevoli bussole settecentesche con sei statue di Giovanni Sanz; i monumenti funebri a Gaetano Donizetti ed al suo maestro Simone Mayr; la tomba del Cardinale Longhi, eretta verso il 1330, ma ricostruita qui solo nel secolo scorso.

CAPPELLA COLLEONI

Addossata a S. Maria Maggiore si trova la Cappella Colleoni, considerata un vero capolavoro e una delle prime affermazioni artistiche del Rinascimento Lombardo, anche se alcuni suoi tratti riecheggiano il gusto gotico del tempo. Venne eretta come mausoleo del condottiero Bartolomeo Colleoni (1395-1475) tra il 1472 e il 1476 su progetto di Giovanni Antonio Amadeo, architetto e scultore della Certosa di Pavia e del Duomo di Milano.

L’obiettivo dell’architetto fu quello di mantenere un accordo con tutta la piazza ma, soprattutto, con la basilica di Santa Maria Maggiore. Questo è evidente soprattutto se si osservano i colori dei marmi della facciata, già riscontrabili nel portale trecentesco della basilica, e che contribuiscono a vivacizzare tutto l’insieme della struttura.

L’interno è costituito da un ambiente a pianta quadrata e da un altro, in posizione laterale, più piccolo con il presbiterio. Il cenotafio del Colleoni (morto il 3 novembre 1475) è posto sulla parete di fronte all’ingresso. I pilastri, che hanno alla base delle teste di leoni, sostengono un primo sarcofago con bassorilievi con Scene della crocefissione di Cristo; sopra vi è un secondo sarcofago sostenuto da tre statue, anch’esso con bassorilievi che raffigurano le scene dell’Annunciazione, della natività di Cristo e dell’adorazione dei Magi.

La statua equestre del condottiero in legno dorato, realizzata da Sisto e Siry da Norimberga nel 1501, conclude la struttura piramidale del monumento. Il sarcofago superiore e la statua equestre affiancata dalle statue di Dalila e Giuditta, che vi poggiano, sono racchiusi da un arco sorretto da due coppie di leggere colonne portate da basi di marmo rosso scolpito, il tutto su uno sfondo turchino che restituisce un insieme policromo di eccezionale eleganza e bellezza.

Il monumento funebre di Medea, figlia prediletta del Colleoni, morta il 6 marzo 1470, anch’esso opera dell’Amadeo, si trova sulla parete di sinistra. Sul sarcofago giace una gentile statua di Medea, supina con un’espressione serena quasi dormiente, protetta da una delicata Maternità inserita fra santa Chiara e santa Caterina in un complesso visivo di grande dolcezza.

Sul fronte ritornano, quasi a contrasto con la leggiadria della scena, le armi del Colleoni: i testicoli colleoneschi e i gigli di Andegavia che con le fasce borgognone racchiudono una Pietà, a memoria costante della forza e del potere raggiunti. Il sarcofago ha avuto la collocazione attuale solo nel 1842, quando è stato trasferito dal Santuario della Basella di Urgnano dove si trovava fino a quella data. Sotto il monumento, il bancale in noce con tarsie bibliche è opera di Giacomo Caniana, 1785.

Il presbiterio, a cui è annessa una piccola sagrestia, ha un altare scolpito da Bartolomeo Manni nel 1676 su cui sono le statue di San Giovanni Battista, San Bartolomeo apostolo e San Marco evangelista.

I banchi intagliati sono opera di Giovanni Antonio Sanz e le tarsie bibliche sono sempre del Caniana, (1773); alla parete è la tela La Sacra Famiglia con S.Giovanni Battista, di Angelika Maria Kauffmann, 1789.

Gli affreschi dei pennacchi, delle lunette e della cupola riproducenti Episodi della vita di San Giovanni Battista, di San Marco e di San Bartolomeo sono di Giambattista Tiepolo, che li realizzò tra il 1732 e il 1733 su incarico dei Reggenti del Luogo Pio della Pietà Bartolomeo Colleoni. Le lunette sono state restaurate nel 1996.

CURIOSITA’: IL PASSERO DELLA SAGRESTIA

Conservata dai custodi (solitamente è visibile presso il box dei custodi altrimenti è possibile chiedere loro di farsela mostrare), c’è una piccola gabbietta che contiene un uccellino imbalsamato. Quel passerottino, ormai ridotto a qualche ossicino e a poche piume, appartenne a Medea, figlia del Colleoni, morta il 6 marzo 1470 e anch’essa sepolta nella cappella. Nello stesso giorno se no andò anche l’uccellino, che Bartolomeo fece appunto imbalsamare, ordinando che venisse collocato nell’arca della figlia.

CURIOSITA’: LO STEMMA DEL COLLEONI

Riprodotto in vari esemplari all’interno della Cappella, e con più evidenza nella cancellata esterna in ferro battuto, lo stemma del Colleoni reca in bella mostra tre forme strane, somiglianti a un alambicco o a una pera: sono i testicoli di cui Bartolomeo fu dotato da madre natura e di cui egli, più volte, si vantò. Non a caso sono state ritrovate, in scritti del tempo, citazioni in cui il condottiero viene chiamato correntemente Bartolomeo Ciglioni e non Colleoni.

Lungo la cancellata esterna, com’è ormai diventato tradizione, si usa strofinare i tre testicoli degli stemmi che, si dice, portino fortuna.

CURIOSITA’: LA COSTRUZIONE DELLA CAPPELLA COLLEONI

Era l’anno 1470 e Bartolomeo Colleoni, ormai vecchio, ricco e famoso, padrone di terre e castelli, aveva ancora un ultimo desiderio da realizzare: riposare del sonno eterno all’ombra della tanto amata chiesa di S. Maria Maggiore, cara al cuore di tutti i bergamaschi. Decise così di interpellare la Fabbrica della Basilica (consiglio cui è devoluta la manutenzione dell’edificio e l’amministrazione di una chiesa), affinché gli cedesse la sacrestia per la costruzione della sua tomba (era infatti usanza,a quei tempi, che i morti illustri venissero tumulati nelle chiese). Ma la risposta fu negativa.

A nulla valsero le promesse di Bartolomeo di far costruire una sacrestia più bella e più grande. La Fabbriceria fu irremovibile.

Il condottiero, però, non era uomo da arrendersi facilmente. Così, un bel giorno, dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto, mandò a dire ai fabbricieri che, se non gli avessero concesso la sacrestia con le buone, egli se la sarebbe presa con le cattive. E così fu.

Rompendo ogni indugio, mandò una squadra di suoi soldati, che occuparono la sacrestia e ne iniziarono subito la demolizione.

DUOMO

E’ travagliata e quasi misteriosa la storia della costruzione del Duomo di Bergamo. Su questo sito sorgeva la Chiesa di San Vincenzo, forse di origine paleocristiana e già modificata dal XIII secolo. La ricostruzione dell’attuale edificio è iniziata nel 1458, con un progetto di Antonio Averlino detto il Filarete. L’architetto descrisse il progetto di questa chiesa nel suo Trattato di architettura. La fabbrica della Chiesa subì notevoli rallentamenti e numerose interruzioni, tanto che nel 1788 venne affidato a Carlo Fontana un nuovo progetto, che si ispirava al modello del Filarete. La cupola, modificata rispetto al progetto, venne completata nel 1853. L’interno a croce latina, si presenta riccamente decorato: al primo altare di destra si può vedere San Benedetto in trono tra i Santi Bonaventura e Ludovico di Tolosa di Andrea Previtali (1524).Nella cappella di fronte si nota la Madonna con bambino tra i santi Gerolamo e Caterina d’Alessandria del Moroni (1576). Nelle sacrestie si possono trovare altre due tele di Giovan Battista Moroni. A sinistra si trova la cappella del Crocefisso, costruita nel 1866. La zona del coro e del transetto destro presenta diverse opere barocche, sia di arte pittorica che di intaglio. Il coro ligneo è di Giovanni Antonio Sanz (1695). Al centro si può notare un seggio episcopale di Andrea Fantoni (1709). L’Abside è ornata da sette tele: la seconda da sinistra è il Martirio di San Giovanni Vescovo del Tiepolo (1743), mentre la sesta raffigura il Martirio di Santa Esteria di Gian Battista Pittoni (1740 ca.). Nel transetto di destra si nota un altare del 1734 progettato da Filippo Juvarra e sulla parete di destra la tela con i Santi Procolo, Fermo e Rustico di Sebastiano Ricci (1704).

BATTISTERO

Il Battistero, costruito da Giovanni da Campione nel 1340 all’interno della chiesa, si trova ora nel giardino del vescovado. A pianta ottagonale. à percorso in alto da una loggia di sottili colonnine, intervallale da otto statue trecentesche che raffigurano le Virtù.

CAMPANONE

All’angolo della piazza, svetta la torre del Comune, meglio conosciuta come Campanone, che ogni sera alle dieci batte 100 tocchi a ricordo dell’antico coprifuoco. Edificata nel 1200 e sottoposta a continui interventi fino alla metà dell’800, la torre (nata Torre dei Suardi) con i suoi 52 metri di altezza, è uno dei monumenti più fotografati di Bergamo. Dalla sua sommità si domina l’intera città antica (particolarmente interessante è la vista della Basilica di Santa Maria Maggiore che permette di apprezzare la caratteristica cupola ottagonale).
Pur essendoci l’ascensore, è sicuramente preferibile salire a piedi, anche per osservare l’impressionante spessore della muratura.

MUSEO STORICO DELL’ETA’ VENETA

La sezione del Museo storico dedicata all’Età veneta è decisamente particolare: non il museo come lo puoi intendere in senso classico, ma una serie di strumenti multimediali che ti permetteranno di conoscere mentre ti diverti.
Nell’antico Palazzo del Podestà, in Piazza Vecchia, ascolterai il passato che ti parlerà attraverso dipinti, manoscritti, mappe e documenti tornate a vivere grazie alle tecnologia.
Intraprendi quindi il tuo fantastico viaggio lungo tutto il Cinquecento, quando Bergamo si inserisce in uno scenario geografico improvvisamente ampliato con la scoperta dell’America e con le navigazioni degli esploratori verso l’estremità meridionale dell’Africa e verso l’est. La storia ti parlerà attraverso voci, suoni, immagini, ricostruzioni ambientali: una narrazione a 360 gradi, un’esperienza intensa e totalizzante.

MUSEO E TESORO DELLA CATTEDRALE

Il Museo e Tesoro della Cattedrale, inaugurato nel 2012, ha sede nei sotterranei della Cattedrale di Sant Alessandro dove, durante i lavori di sistemazione degli impianti del 2004, sono venute alla luce alcune testimonianze archeologiche della storia di Bergamo dal X secolo a.C. al XVI secolo: tracce di insediamenti preistorici, resti di domus romane, testimonianze della chiesa paleocristiana e della cattedrale romanica.

PALAZZO DELLA RAGIONE

Accanto al Palazzo del Podestà, sovrastato dalla torre civica, si trova il Palazzo della Ragione, il più antico monumento di piazza Vecchia. Fondato verso la fine del 1100, fu ricostruito dall’Isabello nella seconda metà del cinquecento dopo un incendio. A lui si devono la loggia terrena a volte e il grande salone superiore, con finestrone centrale di gusto veneziano. Sulla facciata, sopra una trifora, si può ammirare il leone di San Marco, testimonianza del lungo dominio veneziano; sotto le volte dell’atrio la meridiana realizzata nel ‘700 Giovanni Albricci. (Originariamente la facciata prospettava sulla retrostante piazza del Duomo poi nel 1453 vennero aperti i fornici e le due trifore ogivali verso piazza Vecchia e costruito lo scalone coperto che porta al piano superiore). Il palazzo conserva al suo interno alcuni strappi d’affresco dei Bramante. Le sale superiori ospitano manifestazioni, mostre e convegni.

PIETRE DEI GIUSTIZIATI

Il porticato del Palazzo della Ragione un tempo era sede del tribunale civile e penale, “la gradinata posta sotto il bassorilievo della Beata Vergine col Bambino in una gloria di Angeli serviva” scrive Sereno Locatelli Milesi “per la pubblicazione delle sentenze penali; durante la cerimonia era coperta da tappeti e cuscini, sui quali prendevano posto i Giudizi del Malefizio”. A poca distanza, su quei sedili di pietra venivano esposti i condannati. L’usanza venne troncata, come tante altre che avevano avuto vita sotto la Repubblica Veneta, dalla rivoluzione del 1797.

CURIOSITA’: DOVE SI AFFILAVANO LE BAIONETTE

Sui pilastri di Palazzo della Ragione, nel sottopassaggio che porta di fronte alla Cappella Colleoni, si notano alcuni segni verticali. Proprio dove oggi c’è il comando di Polizia municipale, un tempo vi era il Corpo di Guardia Austriaco. I gendarmi si servivano appunto dei pilastri del Palazzo per dilettarsi ad affilare le baionette.

PALAZZO DEL PODESTA’

Il lato destro della piazza è occupato dal Palazzo del Podestà veneto, costruito del XV secolo sulla dimora trecentesca di Gentilino Suardi. Fu la sede del Podestà, del Tribunale Civile e Penale e della Camera Fiscale. Bramante lo affrescò a partire dal 1477 con scene di vita cittadina inserite in fasce prospettive: i resti sono conservatati al Museo degli Affreschi.

FONTANA CONTARINI

Al centro di Piazza Vecchia si erge la settecentesca Fontana Contarini, con sfingi dal volto di donna, donata nel 1780 dal podestà Alvise Contarini, rimossa alla fine dell’800, e poi ricollocata nel 1922.

PALAZZO NUOVO (BIBLIOTECA CIVICA ANGELO MAJ)

La Civica Biblioteca “Angelo Mai” di proprietà del Comune di Bergamo, ha avuto inizio nel 1768, grazie al lascito del cardinale bergamasco Giuseppe Alessandro Furietti (1684-1764), studioso in Roma di antichità classiche.

Come molte altre biblioteche storiche europee, affonda le sue radici nel secolo dell’erudizione e dei lumi.

Nel corso del tempo la Biblioteca si è arricchita di notevoli collezioni, provenienti da enti pubblici e privati. E’ oggi tra le più fornite e frequentate biblioteche italiane di conservazione e ricerca. Sua principale caratteristica è di possedere, caso unico in Italia, una variata tipologia di materiali: libri, riviste e giornali, stampe antiche, codici, carteggi, mappe, carte geografiche, archivi, musiche, fotografie, monete, cimeli, quadri, busti.
Nel 1797 ha conosciuto il momento di maggior incremento, quando con le soppressioni napoleoniche ha acquisito le librerie, e in alcuni casi anche gli archivi, di vari enti religiosi e assistenziali di antica fondazione.

Dal 1927 la Biblioteca ha sede nel Palazzo Nuovo, in Bergamo Alta. La costruzione di questo palazzo, originariamente destinato a residenza del Municipio di Bergamo, venne avviata agli inizi del ‘600 su disegno di Vincenzo Scamozzi, seguace del Palladio.
Prima del 1927 la Biblioteca era collocata nel Palazzo della Ragione. Aver trovato sede nei due più prestigiosi edifici pubblici della città ha favorito lo sviluppo dell’istituzione e ha contribuito ad accrescere la fama.

Nel 1954 è stata intitolata al cardinale bergamasco Angelo Mai (1782-1854), paleografo insigne e scopritore di antichi testi classici, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Oggi la Biblioteca conta 645.000 volumi. E’ frequentata giornalmente da una media di 230 persone. Per il suo funzionamento e per il suo sviluppo il Comune di Bergamo spende ogni anno circa un miliardo e mezzo di vecchie lire. Ma sono molti i volontari e gli amici i quali, organizzati in una apposita associazione denominata “Amici della Biblioteca Mai”, concorrono con il loro contributo e appassionato sostegno alla costante crescita dell’istituto.

EX CHIESA DI S. MICHELE ALL’ARCO

Adiacente al palazzo si trova la ex Chiesa di S. Michele all’Arco documentata fin dall’897, annessa ad un monastero benedettino alto-medioevale e scomparso nel XII secolo. La chiesa è sempre chiusa ai visitatori.

 

NONA TAPPA: DA PIAZZA VECCHIA ALLA ROCCA

Si prosegue passeggiando verso la piazza con il lavatoio (in cui verrà svolto un gioco) e, dopo aver acquistato la polenta dolce, si sale verso la Rocca.

GIOCO: INDOVINA GLI INGREDIDENTI

Disporsi in cerchio, uno accanto all’altro. Viene esposta la prima domanda: “Qual’è il dolce tipico della bergamasca?”. La risposta è ovviamente la polenta e oséi. In senso orario a partire dalla persona che per prima ha risposto alla  precedente domanda, ognuno dovrà, a turno, dire un ingrediente del dolce. Dovrà essere fatto almeno un giro. Chi sbaglia o non sa rispondere, dovrà subire una penitenza.

Ingredienti

Pan di spagna:
– zucchero
– miele
– uova
– tuorli
– farina
– fecola
– lievito- cucchiaino di caffè
Crema di Burro al cioccolato e nocciola (per farcire):
– burro
– cioccolato bianco
– rhum
– pasta di nocciole
Crema di burro (per ricoprire):
– albume
– zucchero
– burro
– alcool
Altri ingredienti:

 

– glucosio

– acqua

– curaçao 14° (per la bagna)

– marzapane (giallo e al cioccolato)

– zucchero cristallino giallo

– passata di albicocche

– cubetti di cedro candito

– cacao

 

TORRE DEL GOMBITO

Nel cuore della città antica, all’incrocio tra le due principali strade della Bergamo romana, il cardo e il decumano, si eleva la torre del Gombito, con i suoi 52 metri di altezza. Che sarebbero stati addirittura 64 se, nell’800, non si fosse provveduto a demolire la parte superiore, pare per motivi di sicurezza. La sua particolare e strategica posizione, in corrispondenza del principale incrocio cittadino (compitum in latino significa bivio, crocicchio), ha probabilmente portato, nel corso dei secoli, al nome attuale di Gombito.
Per avere una migliore visione, è consigliabile salire lungo via Lupo, dalla quale la torre appare in tutta la sua imponenza. Caratterizzata da una compatta ed elegante struttura in pietra, che presenta pochissime e piccole aperture, la torre evidenzia in pieno la sua originaria vocazione militare.

Eretta nel XII secolo, mantenne la sua funzione difensiva fino al ‘500, quando venne convertita a usi civili, trasformandosi nella “torre dell’hostaria del Gombedo”, come risulta da una relazione del Capitano veneto Da Lezze, datata 1596.

Nel 1849 la torre  fu coinvolta nei movimenti risorgimentali che agitarono anche Bergamo: dalla sua sommità, i cittadini in rivolta spararono contro la torre della Rocca, presidiata dalle truppe austriache, le quali risposero minacciando l’abbattimento parziale dell’antica torre.

Donata al Comune nel 1877, e restaurata agli inizi del ‘900, la torre del Gombito continua a svettare sulle strette vie selciate della città medievale, ora percorse da migliaia e migliaia di turisti, che non possono fare a meno di ammirare questo vero e proprio grattacielo, vecchio almeno 800 anni che sovrasta e vigila la città.

PIAZZA MERCATO DELLE SCARPE

La piazza, un tempo punto di confluenza delle strade d’accesso che provenivano da Venezia e da Milano, assunse questo nome nel ‘300 per la presenza, nell’attuale palazzo della funicolare, dei paratici (corporazioni medievali) dei Calzolai e dei Beccai.

ACQUISTO POLENTA DOLCE

Fermatevi presso il fornaio Nessi che si trova lungo via Bartolomeno Colleoni (la strada principale della Città Alta) e acquistate una delle polentine dolce (“polenta e ösei”) che sono esposte in vetrina. Vi servirà più avanti per uno spuntino!

LEGGENDE POPOLARI/CURIOSITA’: PORTE DEL MORTO

Sul lato destro, ad un tratto, ecco un susseguirsi di sei porte sormontate da archi, attaccati l’uno all’altro. E’ questo sicuramento uno dei palazzi più antichi di Bergamo alta (una lapide su una portoncina ricorda che qui ebbe sede il Consorzio della Misericordia, istituzione a favore dei poveri, dei malati, dei religiosi e di tutti i bisognosi, a partire dall’inizio del 1300 per circa un secolo e mezzo). Il ripetersi del motivo architettonico, la disposizione delle soglie, inducono a ipotizzare che qui un tempo si svolgessero attività artigianali e di commercio. La terza e la quinta porta che si incontrano salendo la viuzza appaiono molto più strette rispetto alle altre e soprattutto sono entrambe murate. Sono le “porte del morto” così denominate perché da queste anguste aperture venivano trasportati all’esterno i feretri dei proprietari dell’edificio. Subito dopo il passaggio del caro estinto le piccole soglie venivano murate. Vero o falso che sia, il fatto viene tramandato da secoli dalla tradizione.

ROCCA

Il complesso sorge sul colle di S. Eufemia, sulle cui falde si sono stabiliti i Celti, i primi abitanti di Bergamo nel IV secolo a.C., costruttori del nucleo originario della fortezza. I romani successivamente hanno mantenuto il carattere militare dell’area, aggiungendovi un altare dedicato a Giove: una lapide rinvenuta in Rocca, che prova il culto al padre degli dei, è conservata nel Museo archeologico.

La struttura moderna della Rocca viene realizzata tra il 1331 e il 1336: un mastio a pianta rettangolare con quattro torri quadrate agli angoli, collegate da camminamenti e con merlatura ghibellina. A iniziare la costruzione è Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia, a cui la città di Bergamo si dona nel 1331, rinunciando alla condizione di libero comune, nella speranza di porre fine alle lotte intestine tra famiglie ghibelline e famiglie guelfe. Giovanni non ha il tempo però di portare a termine il progetto: a completare il complesso è Azzone Visconti, che si impadronisce della città nel 1332, inaugurando 96 anni di duro dominio visconteo sul territorio bergamasco.

L’arrivo dei veneziani nel 1428 segna l’inizio di un nuovo dominio, meno duro del precedente, ma molto più lungo: sarebbe terminato con l’arrivo di Napoleone nel 1797. I nuovi signori di Bergamo intervengono sull’assetto urbano cittadino: Bergamo, terra di confine tra la repubblica serenissima e la Milano spagnola, deve essere adeguatamente fortificata. Oltre a realizzare una cinta di mura intorno alla parte bassa della città (1430-1450) -le Muraine abbattute all’inizio del Novecento, che transitavano dove ora sorge Porta Nuova- e le mura che ancora circondano la parte alta (1561-1590), i veneziani aggiungono alla Rocca il torrione circolare di sud-est (1455-1458) e il fabbricato per alloggiare gli artiglieri (fine 1500). Il torrione, privo di merlatura, con la base inclinata “a scarpa”, è alto 23 metri ed è diviso all’interno in tre piani, collegati da scale asportabili. Adibito anche a deposito di polvere da sparo, per due volte esplode e viene ricostruito dai veneziani. L’edificio interno per gli artiglieri, detto Scuola dei bombardieri, era a due piani, ma il secondo non è più visibile essendo stato abbattuto agli inizi del Novecento.
Nel 1814, con l’arrivo degli austriaci in Lombardia, la Rocca diviene una delle sedi delle truppe destinate al controllo del territorio. Gli eventi insurrezionali del 1848-49 coinvolgono direttamente il complesso. Il 25 marzo 1849 Gabriele Camozzi, patriota bergamasco, entra in città alla guida di un gruppo di volontari incaricato di spalleggiare l’esercito di Carlo Alberto, che qualche giorno prima aveva ripreso la I guerra d’indipendenza contro gli austriaci, interrotta nell’agosto 1848. Attaccati dalla colonna Camozzi, gli austriaci si asserragliano nella Rocca e da qui, per tre giorni (27-29 marzo), cannoneggiano la città con quattro mortai da bomba, due obici e due cannoni di grosso calibro, mentre i volontari di Camozzi dalle torri, dai campanili e dagli abbaini sparano sui nemici. Preoccupato dei danni subiti dalla città, Camozzi decide il 29 marzo di interrompere l’assedio alla Rocca e di negoziare una tregua con gli austriaci. Avuta poi notizia della sconfitta subita dai piemontesi a Novara, che decreta l’insuccesso della guerra, Camozzi lascia Bergamo, mentre gli austriaci avviano una dura repressione: arresti, confisca dei beni, fucilazioni, imposizione di tasse straordinarie si susseguono e la Rocca si trasforma nel carcere dei patrioti bergamaschi. L’ampio parco che circonda la fortezza, oggi denominato Parco delle rimembranze, diviene teatro delle fucilazioni dei bergamaschi arrestati per “reati politici”: sul muro esterno, in prossimità della scala che conduce al sottostante Convento di S.Francesco, sede del Museo storico della città, è visibile una lapide che riporta i nomi di alcuni condannati. In realtà per molti di loro la colpa non era di aver cospirato contro gli austriaci, ma solamente di possedere armi, un reato che la legge austriaca colpiva con la pena di morte anche se le armi rinvenute nelle mani degli arrestati erano gli strumenti da taglio e da caccia da loro comunemente usati per il lavoro di contadini. Non si conosce con esattezza il numero dei fucilati, ma di alcuni di loro è rimasta la storia nelle carte di don Premerlani, il sacerdote che assisteva i condannati a morte, conservate presso il Museo storico della città.
La liberazione di Bergamo dagli austriaci, avvenuta per mano di Garibaldi l’8 giugno 1859, mentre i franco-piemontesi si battevano vittoriosamente nella zona del Garda contro le truppe di Vienna, segna l’ingresso della città e del suo territorio nel Regno d’Italia. La Rocca diviene sede delle truppe italiane e carcere per reati comuni.

E’ degli anni venti del Novecento il passaggio di proprietà del complesso dallo Stato al Comune di Bergamo, che avvia un restauro inteso a restituire la Rocca al suo aspetto originario. L’edificio viene visto in quegli anni, per il ruolo avuto nella storia locale, come la sede ideale per la celebrazione degli eventi politico-militari e degli uomini che avevano realizzato l’unità d’Italia tra Ottocento e Novecento.

Nel 1928 all’interno dell’ex Scuola dei bombardieri viene trasferito il Museo del Risorgimento, mentre l’anno prima il Parco adiacente la Rocca veniva dedicato ai caduti della I Guerra mondiale: si crea un’ideale continuità tra le battaglie risorgimentali e la I Guerra mondiale, che, per la liberazione di Trento e Trieste dagli austriaci, viene considerata la IV Guerra d’indipendenza.

LEGGENDE POPOLARI: IL FANTASMA DELLA ROCCA

Erano circa le quattro di una fredda notte del 1599, quando un soldato di sentinella alla Rocca si vide comparire davanti un tale cinto di catene, che andava avanti e indietro senza sosta, come se fosse in preda a una forte inquietudine.

“Alto là” intimò la guardia mettendosi sulla difensiva.

“Amici” rispose l’altro con una voce d’oltretomba.

Alla richiesta di maggiori spiegazioni, il fantasma dichiarò di essere l’anima inquieta di un tale Cristoforo, già commilitone della sentinella, che qualche giorno prima aveva tentato di disertare assieme a un altro soldato, ma entrambi erano stati catturati e giustiziati.

“Perché te ne vai in giro così incatenato?” volle sapere l’altro.

“Sono stato condannato alle pene del Purgatorio perché non ho perdonato colui che denunciando la mia fuga fu causa della mia morte. Adesso sono qua per chiederti di pregare e di digiunare e ottenere indulgenze per la mia anima, così potrò andare presto in Paradiso”.

“Ti prometto che lo farò” assicurò la sentinella “ma dimmi, che fine ha fatto il soldato che è stato giustiziato con te?”.

“Ahimè” rispose Cristoforo “la sua anima è sepolta nell’Inferno, perché da vivo egli fingeva di essere un buon cattolico, invece aveva abbracciato segretamente l’eresia di Lutero, meritando il castigo di Dio”.

Così dicendo scomparve, inghiottito dalla terra apertasi sotto i suoi piedi, lasciando atterrita e piena di buoni propositi la povera sentinella.

DEGUSTAZIONE POLENTA DOLCE

Sedetevi comodamente su una delle panchine del parco e gustatevi la vostra dolcissima polentina che noi bergamaschi chiamiamo “polenta e ösei” (polenta e uccelli) riconducendola al piatto tipico bergamasco. Dal parco la vista su città alta è spettacolare!

 

DECIMA TAPPA: VIA PORTA DIPINTA

Si scende dalla Rocca e, scendendo lungo via Porta Dipinta e costeggiando i suoi bei palazzi, si raggiunge la Chiesa di San Michele al Pozzo Bianco.

FONTANA DI PORTA DIPINTA

La fontana segna il punto in cui si apriva la porta medioevale, demolita nel 1815. Da qui si entrava nella Bergamo medioevale.

PALAZZO MORONI

Palazzo Moroni, costruito tra il 1646 e il 1666, ma completato nell‘800. Un giardino spettacolare sale quasi fino alla Rocca. Lo scalone d’onore del palazzo riporta affreschi del 1652 con le Virtù e il mito di Amore e Psiche di Gian Giacomo Barbelli. Al piano nobile si trovano poi le sale di Ercole e dell’Età dell’oro, mentre nel salone principale è affrescata la Gerusalemme Liberata. In questo palazzo è conservato il famoso ritratto di Gian Gerolamo Brunelli (il cavaliere in rosa di Giovan Battista Moroni).
Il palazzo è solitamente chiuso al pubblico ma viene aperto in alcuni periodi dell’anno.

CHIESA DI SAN MICHELE AL POZZO BIANCO

Continuando a percorrere via Porta Dipinta s’incontra il complesso di S.Michele al Pozzo Bianco. Nella chiesa Lorenzo Lotto esegue nel 1525 il ciclo d’affreschi per la Cappella della Madonna. Gli affreschi raffigurano la vita di Maria (nelle lunette e sopra l’arco esterno), “Gli Emblemi degli Evangelisti” (nei pennacchi) e il “Padre eterno” nella cupola.
Sulla parete a sinistra “La Natività”. La decorazione delle tre cappelle di fondo, diversamente da quella delle pareti, risponde ad un preciso progetto di rinnovamento e di celebrazione deciso dai membri dei due consorzi. Nel 1525 Lotto firma e data gli affreschi e dimostra la sua abilità compositiva, riuscendo a misurarsi con lo spazio obbligato delle lunette e adattare le figure ad un andamento curvilineo.

COMPLESSO DI SANT’AGOSTINO

Proseguendo invece diritto si giunge al Prato della Fara e all’ex monastero di S. Agostino.
Il complesso monastico è costituito dalla chiesa e da due chiostri. Nella chiesa, l’arco trionfale affrescato nel ‘400, raffigura angeli musicanti, l’Annunciazione e i santi Agostino e Bernardino. Si possono riscontrare ancora le originali decorazioni trecentesche nella cappella a sinistra della maggiore, mentre altri affreschi eseguiti tra il ‘400 e la fine del ‘500 possono essere ammirati nelle altre quindici cappelle laterali. Il meraviglioso soffitto è costituito da 1632 riquadri dipinti a tempera nella seconda metà del ‘400, con soggetti diversi: profeti, santi, beati dell’ordine agostiniano, animali e figure allegoriche. Sull’altare maggiore in origine si trovava un polittico del XV secolo, in parte conservato all’Accademia Carrara.

 

UNDICESIMA TAPPA: CONVENTO DI SAN FRANCESCO

Si risale via Porta Dipinta e, passando per piazza San Pancrazio e per piazza Mercato del Fieno, si giunge al convento di San Francesco, dove si prenderà un aperitivo.

PIAZZETTA SAN PANCRAZIO

Nella piazzetta si trova la Fontana in marmo bianco di Leonardo Isabello (1549), mentre più avanti si incontra la Chiesa di San Pancrazio, X secolo, pregevole per il notevole portale gotico con figure in arenaria della fine del Trecento e per alcune opere dei secoli XVI-XVIII, tra cui un Crocefisso di Giovan Battista Moroni. Di fronte alla chiesa si può ammirare l’antico sito della Curtis regia longobarda.

PIAZZA MERCATO DEL FIENO E CASE TORRI

CONVENTO DI SAN FRANCESCO

La storia del complesso di San Francesco.I seguaci di S. Francesco, fin dalle origini, obbedendo alla volontà del loro fondatore, si diffusero capillarmente sul territorio della penisola, indirizzandosi specialmente verso i più importanti centri abitati. Nel secondo decennio del Duecento giunsero anche in Lombardia, senza l’idea di costruire sedi in cui stanziarsi, né di organizzare le rendite per la propria sussistenza e neppure di ricoprire mansioni o ruoli di carattere clericale: la loro voleva essere una presenza modesta e attiva. Così dovette accadere anche per Bergamo: possiamo ritenere che i frati vi siano giunti negli anni 1215 e 1218, sostando provvisoriamente presso S. Vigilio, luogo adatto sia all’attività contemplativa, sia all’attività apostolica tra la gente. Qui probabilmente li trovò S. Francesco, allorché passò nell’anno 1220, proveniente dalla Terra Santa e dal Veneto.

In un’area donata poi dalla nobile famiglia Bonghi, i frati si trasferirono e fondarono il convento di San Francesco. Il loro spostamento nel cuore della città rifletteva una consuetudine già in atto in altri centri italiani, motivata dalla necessità di stabilire rapporti più stretti con il corpo sociale e di essere a contatto con le sedi del potere laico e religioso, di cui i frati divennero stretti collaboratori.

Il Convento in origine comprendeva anche una chiesa, consacrata il 27 agosto 1292 dal Vescovo Roberto Bonghi (appartenente alla medesima famiglia dei donatori dell’area), ornata, già agli inizi del Trecento, da monumenti funerari. Poiché nel 1821, quando l’intero complesso fu adibito a carcere, la chiesa venne distrutta ad eccezione della tripartita zona absidale e delle tre cappelle laterali.

Il resto del complesso conventuale si distribuiva su uno o due piani, intorno a tre chiostri posti in successione lungo l’asse nord-ovest.

Il primo chiostro, chiamato “Chiostro delle Arche” è situato più a sud e ha dimensioni maggiori rispetto agli altri. Esso, citato per la prima volta da un documento del 1341 come “cimitero” e detto anche “Chiostro dei morti”, era disseminato da tombe terragne e da arche sepolcrali del XIV secolo, commissionate dalle più importanti famiglie bergamasche. Sopra il porticato del chiostro si distribuivano numerosi locali di servizio: nelle ali ad est e a sud si trovavano i granai e i magazzini, mentre ad ovest le camere dei padri. I caratteri stilistici delle arcate del chiostro, poggianti su un basso muro stilobate, con aperture per passaggi all’area centrale scoperta, rimandano al gusto quattrocentesco. Infatti, si può ipotizzare che tale chiostro sia stato costruito, in corrispondenza del cortile-cimitero, in parallelo ad altri lavori di restauro che interessarono la chiesa nel 1455 e nel 1502. In quel periodo, con la collocazione delle crociere e l’edificazione del chiostro, iniziò lo scempio degli affreschi trecenteschi che erano stati realizzati su una parete libera e che venivano tagliati in modo arbitrario dalla successione delle arcate. Frammenti di questi affreschi sono stati messi in luce nel corso dei restauri degli anni trenta del Novecento e sono oggi visibili nell’ala est del portico.
Il secondo chiostro, denominato “Chiostro del pozzo” per la presenza «di una bellissima cisterna capace di cinquantamila brente d’acqua», era posto in posizione intermedia rispetto agli altri due e ad un livello inferiore di circa tre metri rispetto al precedente. Anch’esso era quadrato, ma di dimensioni minori rispetto al primo e appoggiato a murature antiche. Attorno si articolavano gli ambienti per l’approvvigionamento e la sussistenza dei fraticelli: al piano interrato vi erano la cucina, il granaio e tre stalle, mentre al primo piano erano posti un refettorio, due dormitori, una libreria, un’infermeria e una cappella.

Infine, dal secondo chiostro si accedeva ad un terzo, detto anche “chiostrello”, purtroppo andato perduto, «tutto formato di pietre turchine» come gli altri, di forma rettangolare e realizzato esclusivamente «per godere di una bella vista verso tramontana e verso mattina».

I primi due chiostri sono ancor oggi divisi da un corpo di fabbrica a due piani, che era adibito al pian terreno a sala capitolare e a sagrestia, mentre al piano superiore ospitava una galleria e due camere per i padri. In entrambi i chiostri venivano realizzati interventi pittorici nel corso del Settecento e precisamente il ciclo dei miracoli di S. Antonio da Padova nel Chiostro delle Arche (attribuito dal Tassi nel 1793 al pittore G. Adolfi) e il ciclo dei miracoli di S. Francesco nel Chiostro del Pozzo (opera di un pittore non identificato): questi affreschi andavano parzialmente a sovrapporsi ai precedenti dipinti trecenteschi, che sono così divenuti irrecuperabili.

Il Convento nella sua struttura e nelle sue funzioni restava pressoché inalterato sino alla fine del Settecento. Nel 1797, dopo la costituzione della Repubblica bergamasca e l’arrivo delle armate francesi, il Convento veniva soppresso e il complesso parzialmente trasformato in carcere politico, una trasformazione poi completata dai nuovi dominatori austriaci nel 1821, quando anche la chiesa, come già accennato, era demolita.

Con l’inclusione di Bergamo nel Regno d’Italia, il complesso manteneva la destinazione a casa di pena, che ospitava non più prigionieri politici, ma ladri e meretrici. L’edificio medievale formava allora, con la Rocca, un’unica struttura militare-carceraria, circondata, a partire dal 1864, da una cinta muraria ora scomparsa. Naturalmente le necessità pratiche legate alle nuove funzioni del Convento provocarono interventi di modifica della struttura originaria e portarono al disinteresse per gli aspetti conservativi del patrimonio artistico presente nel complesso, con il risultato di avviare una lunga fase di decadimento e di trasformazione che ha profondamente inciso sullo stato del Convento e delle sue opere d’arte.

Le vicissitudini dell’edificio continuano nei primi decenni del 1900, quando il Convento perde la propria destinazione a casa di pena: dapprima abbandonato viene poi riutilizzato, dopo una profonda trasformazione, come scuola elementare. Nuovamente scompaiono nel corso dei restauri e dei lavori di ristrutturazione parti secolari dell’impianto medievale, mentre si avvia un primo intervento di salvaguardia del ciclo di affreschi.

Oggi il complesso conventuale ospita uno spazio dedicato a mostre temporanee nonché gli uffici e i depositi del Museo storico di Bergamo.

 

DODICESIMA TAPPA: RIENTRO

Si ritorna in piazza Mercato delle Scarpe e si prende la funicolare e il bus per raggiungere nuovamente la stazione dei treni.

Vi suggerisco però di scendere per ancora un tratto a piedi. Raggiungete la splendida Porta San Giacomo, uno dei simboli della città. Da dietro non sembra nulla di che ma, una volta attraversata, avrete una bellissima vista sulla città bassa. La porta stessa è bellissima e la rampa di accesso, che percorrerete al contrario, è molto suggestiva. Le mura da qui vi compariranno il tutto il loro splendore.

Raggiungete poi, scendendo sempre a piedi, la funicolare bassa. La raggiungerete percorrendo la rampa e poi svoltando subito a sinistra dove troverete una scalinata pedonale (tenete la sinistra). Da qui potrete tornare in stazione tramite il solito bus della linea 1.

 

Clicca qui per scaricare la versione pdf di Tus del Mistero_Guida di Bergamo Alta e della mappa turistica di Bergamo):

 

COME ARRIVARE IN CITTA’ ALTA E PARCHEGGIO: Se arrivate in Bergamo in auto poteste lasciare l’auto direttamente nella Città Alta. Troverete alcuni parcheggi a pagamento in zona Fara o lungo le mura venete. Durante il weekend sarà difficilissimo trovare posti liberi in queste zone (inoltre il traffico è riservato ai veicoli autorizzati) per cui vi conviene lasciare l’auto nella Città Bassa. Provate in via A. Locatelli o al parcheggio interrato del San Marco o di Piazza della Libertà che distano giusto 5 minuti a piedi dalla funicolare bassa.
Se arrivate in treno, una volta usciti dalla stazione, potete prendere il bus ATB della linea 1 che vi porta direttamente in Città Alta.

 



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